Alessandra
So che si chiamava così, quella bambina trecciuta, perché ho sentito sua madre mentre la richiamava all’ordine. Ne aveva ben donde: Alessandra aveva già superato il tornello della metro e si avventurava spedita verso l’ignoto (dannati bambini esploratori); la mamma col tornello ci stava ancora litigando.
Il caso ha voluto che si sedessero entrambe davanti a me.
Il treno andava, e improvvisamente, bellebbuono, Alessandra si è girata verso la madre, con il volto sempre più triste, sfociando in un pianto.
Ora, Alessandra non credo avesse più di quattro anni, per cui m’aspettavo il tipico pianto a megasuoni dei bimbi, ma lei no. Piangeva molto compostamente, da adulta quasi, ed era molto silenziosa.
Non era il solito pianto capriccioso, stava legittimamente soffrendo per qualcosa. E lo faceva con molta dignità.
Ha detto qualcosa alla madre, senza alzare minimamente la voce, mi è sembrato di aver letto la parola “picchiato” dalle sue labbra; sua madre ascoltava, con un leggero sorriso, forse banalizzando quanto le stesse dicendo la figlia, ma no, stava ascoltando.
Quando Alessandra ha finito di parlare, sua madre l’ha presa sotto il suo braccio, per darle conforto. Un abbraccio da sedute, in silenzio.
Mi è sembrata una cosa talmente magica che avrei voluto avere in quel momento carta, penna, e una calligrafia coi controcosi per poter esprimere rapidamente alla madre, nel modo più discreto che mi viene in mente, la meraviglia che ho provato in quel momento. Meraviglia per quella bimba, per aver saputo essere così discreta, così grande benché così piccola.
Ma ovviamente la pigrizia vince, quei blocchetti tascabili li tengo ostinatamente a casa, e l’unico posto che ho dove fissare quel momento è questo cacchio di tumblr.